Marco Giovanelli, Piazza Italia and the challenges of Italian companies in New York

Marco Giovanelli is Vice President of Piazza Italia, the platform that from New York supports Italian companies in the United States, recently transferred to a new headquarters in the heart of Times Square. Training engineer, in the United States for 20 years, helps Made in Italy companies enter the American market and explains what it really takes to remain.

Piazza Italia was born as a reference point for Italian excellence in New York and is now located in the heart of Times Square. How has your mission changed?

She didn’t change, she evolved. We moved to a larger location, with a more prestigious address, to continue the path we have made so far. Our vision has always been to support Italian companies in the United States, and a passage like that in Times Square strengthens it.

After years of work with companies trying to enter the American market, what is the most frequent mistake that Italian entrepreneurs make?

Thinking that a solution that works in Italy can also work abroad. The United States is a different country, and New York is different from any Italian reality. Without the Italian context around, the product is in a new environment. This does not make it impossible, simply change perspective.

And how do you change perspective?

With humility, patience and honest market analysis. We must avoid convincing ourselves that the numbers are wrong, that the councils are wrong, that certain passages can be missed. We need to understand the country, understand the market and adapt. You should never think that it is the market to adapt to the product.

For many years Made in Italy has meant especially fashion and food. What are the sectors with the greatest growth potential in the United States today?

Design is growing a lot, they are increasingly in contact with companies that are developing it. Then there is tourism, still little exploited: you live a lot of the word of Italian tourists who come home, but there is so much to build. And we don’t forget technology and mechanics. I am a mechanical engineer, and with the developments of aerospace and artificial intelligence we are very strong.

Many companies still see the United States as a simple export market. How important is it to build a stable presence and a long-term strategy?

It is fundamental. Distances and communications have shortened, but still distances. Without a solid base on the territory it is very difficult to achieve lasting results. In the short period something comes, but often it is a straw fire that turns out.

What about the Italian network in New York? How much does it matter, and how much do you have to get out of your comfort zone?

The network must be the starting point, not the arrival point. It allows you to feel comfortable in a new context and read it more clearly. But staying still, like the water of a river, is not good. The Italian network is support, while the world outside is the real reason why it opens in the United States.

What about artificial intelligence?

It is a new revolution, like the industrial revolution or that brought from the internet. It must be understood and integrated into the work. He won’t steal jobs, he’ll steal them from those who can’t use it.

A single tip for an Italian entrepreneur who dreams of conquering the American market?

Try, try, try, try, and even when you are wrong to find the positive side of the error. We must accept that at first we are outsiders and that competition is very strong. They will make mistakes, they will encounter disappointments, but this is a market that rewards those who can react to mistakes and change perspective.

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Il primo rischio è che a pagare il prezzo delle tensioni internazionali siano le imprese che producono qualità. Sebbene le flessioni del mercato Usa sia nell’ordine del 4,5%, se prevalgono dazi, barriere, instabilità e concorrenza sleale, a essere colpito può essere un modello produttivo che ha costruito il suo successo sul valore e non sulla compressione dei costi.

Per questo noi insistiamo su due linee: da un lato, una difesa forte degli interessi italiani ed europei nei negoziati commerciali, dall’altro, una strategia di diversificazione dei mercati. Deve essere presente ovunque ci sia domanda di qualità.

In questi anni il Governo ha lavorato per aprire nuovi mercati e favorire accordi commerciali internazionali. Quali sono le nuove opportunità per le imprese italiane nei mercati emergenti, dall’India all’America Latina, anche alla luce degli accordi sul Mercosur?

Le opportunità ci sono, e sono grandi. Ma io dico sempre che l’apertura dei mercati non può trasformarsi nell’apertura indiscriminata. Noi vogliamo più export, non meno regole. Vogliamo nuovi sbocchi per le imprese italiane, ma a condizioni di reciprocità.

Nelle strategie del Governo è esplicitamente indicato l’obiettivo di facilitare, insieme al Ministero degli Esteri, l’ingresso di imprese e prodotti italiani nei mercati globali, con il traguardo di 100 miliardi di export agroalimentare entro il 2030. A questo si accompagnano fondi per l’internazionalizzazione e un forte investimento sulle fiere e sulla promozione internazionale.

Mercati come India e America Latina possono rappresentare una grande occasione, ma a un patto: che nessuno chieda all’Italia di rinunciare alla qualità, alla sicurezza e alla dignità del proprio modello produttivo per entrare in un accordo commerciale.Le regole dei nostri agricoltori devono valere anche per chi voglia esportare in Europa.

Lei ha spesso affermato che il ruolo del Governo è quello di affiancare gli imprenditori, non sostituirsi a loro. Quali sono le richieste che arrivano più frequentemente dalle aziende?

Le imprese chiedono soprattutto una cosa: di essere messe nelle condizioni di lavorare bene e competere ad armi pari. Chiedono meno burocrazia, tempi più rapidi, accesso al credito, infrastrutture più efficienti, sostegno all’internazionalizzazione e difesa dalla concorrenza sleale.

Su questo stiamo intervenendo in modo concreto. Penso al rafforzamento di AGEA come infrastruttura pubblica strategica, con oltre 10 miliardi di euro complessivamente erogati al settore agricolo nel 2025, più di 5,7 miliardi erogati direttamente da AGEA, uso superiore al 99% delle risorse dello sviluppo rurale, e un forte contrasto alle frodi con oltre 73 milioni di euro recuperati.

Il compito dello Stato non è fare impresa al posto dell’imprenditore. È togliere gli ostacoli, far arrivare le risorse in tempo e difendere il valore nazionale. È ciò che stiamo facendo.

In un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, quali sono le sfide principali che l’agroalimentare italiano dovrà affrontare nei prossimi anni per conservare la propria leadership?

La prima sfida è difendere la nostra identità senza chiuderci al mondo. La seconda è innovare senza snaturarci. La terza è continuare a essere riconoscibili in un mercato globale in cui troppi tentano di appropriarsi del prestigio italiano senza averne i requisiti.

L’Italia oggi parte da una posizione di forza: è prima in UE per valore aggiunto agricolo, prima per numero di prodotti certificati, e la sua cucina è diventata il primo modello culinario al mondo riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità il 10 dicembre 2025.

Significa che il mondo riconosce l’Italia come civiltà del cibo, della qualità e della bellezza. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa forza culturale in più presenza economica, più tutela giuridica e più vantaggio competitivo.

Guardando al futuro, quale obiettivo concreto si pone il Ministero per rafforzare la presenza del Made in Italy agroalimentare nel mercato nordamericano entro la fine della legislatura?

Vogliamo far crescere la presenza del Made in Italy autentico nel mercato nordamericano e ridurre lo spazio occupato dalle imitazioni.

Oggi sappiamo che il fenomeno dell’Italian sounding sottrae all’Italia circa 100 miliardi di euro all’anno a livello globale. Sappiamo anche che gli Stati Uniti sono uno dei luoghi in cui la cucina italiana ha una forza straordinaria: insieme alla Cina, rappresentano oltre il 65% dei consumi globali di cucina italiana, e negli USA il legame con il nostro patrimonio gastronomico è anche un legame culturale profondo.

Entro la fine della legislatura vogliamo più imprese italiane presenti, più prodotti certificati, più strumenti di tutela, più promozione e più riconoscibilità dell’origine. In sintesi: vogliamo che in Nord America cresca l’Italia vera. Perché chi ama l’Italia deve poter trovare l’originale, non una copia.

L’articolo Il ministro Lollobrigida: «Export record a 72,5 miliardi, ora difendiamo il vero Made in Italy negli USA» proviene da IlNewyorkese.

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