La nuova solitudine

C’è un silenzio nuovo che abita le nostre vite. Non è quello delle stanze vuote, non è quello degli amici che non ti cercano, ma quello che si insinua anche quando lo smartphone vibra, quando una notifica ci strappa dal pensiero, quando una chiamata illumina lo schermo e non il cuore.

Non serve più restare a casa da soli per sentirsi soli. Bastano un feed pieno di volti, un messaggio che non arriva, una chiamata che non scalda. Una spunta di lettura che non arrica, che ricorda la nostra generazione che guardava il telefono sperando che squillasse. 

La solitudine oggi non è isolamento, ma sovraccarico. Di contatti, di parole digitali, di immagini che scorrono veloci senza lasciare nulla dentro.

La promessa della connessione continua si sta rivelando, sempre più, un inganno. Siamo presenti ovunque, ma assenti da noi stessi. Condividiamo istanti, ma non più emozioni. E nelle relazioni — quelle vere — si avverte un vuoto difficile da colmare.

La pandemia, che ha reso tutto più difficile, ha solo accelerato un processo già in atto: l’erosione della vicinanza emotiva. Oggi è difficile fermarsi, ascoltare davvero, guardare negli occhi senza distrarsi. La comunicazione è diventata rapida, ma impoverita. L’empatia, un bene raro.

Intanto, la salute mentale segna il conto. Crescono i disagi, i disturbi, le fragilità che nessuna emoji può raccontare. Specie nella ultima generazione, quella più giovane, che preferisce chiudersi in camera anziché uscire con gli amici. Le relazioni si fanno liquide, provvisorie, leggere al punto da scomparire.

È tempo di ridare peso alla parola “vicinanza”. Perché se non impariamo a stare davvero insieme, finiremo per essere connessi a tutto… tranne a noi stessi.

L’articolo La nuova solitudine proviene da IlNewyorkese.

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