Donald Trump è tornato a parlare dal Dipartimento di Giustizia, a Washington, in un evento ufficiale che si è rapidamente trasformato in un discorso di rivendicazione politica e attacco personale ai suoi avversari. Nella Great Hall del dipartimento, uno spazio che nella storia americana ha simboleggiato l’imparzialità e la difesa dello stato di diritto, l’ex presidente ha tenuto un intervento che ha avuto i toni di un comizio elettorale più che quelli di un discorso istituzionale.
L’incontro era stato presentato come un’importante occasione per illustrare le nuove priorità dell’amministrazione Trump sul contrasto al crimine e al traffico di droga. Ma dopo pochi minuti, il presidente si è allontanato dai suoi appunti per attaccare, uno per uno, i magistrati, gli avvocati e gli ex funzionari che avevano guidato le indagini e i processi a suo carico. «Feccia», li ha definiti, accusandoli di aver cospirato per distruggerlo politicamente e personalmente.
Trump ha poi definito Joe Biden «il capo di una famiglia criminale» e ha sostenuto che l’attuale presidente e i suoi alleati abbiano utilizzato le agenzie di intelligence e le forze dell’ordine federali «per cercare di ostacolare la volontà del popolo americano». Più volte, durante l’intervento, ha fatto riferimento a quella che lui chiama «la corruzione del deep state», annunciando di voler usare il proprio potere esecutivo per intervenire direttamente contro i «violenti e spietati avvocati» che hanno promosso i procedimenti giudiziari contro di lui.
Nel suo discorso, Trump ha anche elogiato Aileen Cannon, la giudice federale che nei mesi scorsi ha respinto le accuse nei suoi confronti per la gestione di documenti riservati. L’ha definita «un modello assoluto di ciò che un giudice dovrebbe essere». Parlando di quell’indagine, Trump è stato diretto: «Il caso contro di me era una stronzata», ha detto, attirando applausi da buona parte del pubblico presente.
Il tono complessivo dell’evento è stato molto diverso da quello adottato dai suoi predecessori. Se negli ultimi anni presidenti come Barack Obama o George W. Bush avevano mantenuto un certo distacco istituzionale dal Dipartimento di Giustizia, Trump ha voluto segnare un cambio netto, abbattendo il confine tradizionale che separa la Casa Bianca dal sistema giudiziario federale. «Mi sono chiesto: è appropriato che io faccia questo discorso qui? E poi ho capito che non solo è appropriato, ma è necessario», ha detto dal palco.
Accanto a lui, alcuni dei suoi più stretti collaboratori hanno aperto l’evento con interventi di sostegno. Kash Patel, ora direttore dell’FBI, e Todd Blanche, vice procuratore generale, hanno elencato quelli che hanno definito «i successi» del Dipartimento sotto l’amministrazione Trump: l’aumento dei controlli sull’immigrazione, la stretta contro i programmi di diversità nelle università, e l’intensificazione delle operazioni contro il traffico di fentanyl. Blanche, che è stato anche l’avvocato principale di Trump nei suoi processi penali federali, ha detto che il presidente «è una completa fonte di ispirazione per me».
Nel corso del suo intervento, Trump ha ribadito la promessa di ridurre del 50 per cento le morti per overdose da fentanyl, e ha proposto di fare leva sulla vanità dei consumatori per scoraggiarne l’uso: «Perdi il tuo aspetto», ha detto, «tutti sono vanitosi, nessuno vuole perdere il proprio aspetto». Il passaggio, accolto con un applauso incerto, è stato uno dei momenti più commentati della giornata.
Nonostante il tono celebrativo e di rivincita, l’apparizione di Trump al Dipartimento di Giustizia ha segnato un’ulteriore frattura con le prassi istituzionali degli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, l’amministrazione ha allontanato numerosi funzionari contrari a un’ingerenza politica diretta nella giustizia federale. Pam Bondi, procuratrice generale, ha confermato l’approccio: «Lavoro sotto la direzione di Donald Trump», ha dichiarato, aggiungendo che il presidente «è il più grande nella storia del nostro paese».
L’articolo «Il caso contro di me era una stronzata» proviene da IlNewyorkese.